Chi ha ucciso Prigozhin?

Ieri (l’articolo è stato pubblicato in inglese il 24 agosto, ndt), quando la notizia della morte di Evgenij Prigozhin è stata diffusa su tutti i notiziari, sono apparsi sullo schermo della televisione i soliti opinionisti, con la puntualità di uno stormo di avvoltoi pronti a spolpare le ossa di una carcassa nella savana africana.

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Costoro si sono posti domande della massima profondità e del massimo interesse: Prigozin era sull’aeroplano o no? Era vivo o morto? L’organizzazione della Wagner sopravviverà o scomparirà? Può rappresentare questo un ulteriore punto di svolta nella guerra in Ucraina? Implicherà la caduta imminente di Vladimir Putin? E via dicendo.

Le domande sgorgavano fuori come il gas da una conduttura esplosa. Ma risposte non ve n’erano. Tranne una, su cui tutti gli “esperti” erano unanimi: tutto questo è molto complicato. E che, per citare la celebre frase di Winston Churchill, la Russia è “un indovinello, avvolto nel mistero, all’interno di un enigma”.

Non vale neanche la pena di dire che simili perle di saggezza non ci conducono molto lontano. Inoltre, un po’ di riflessione ci sarà presto d’aiuto per sbarazzarsi di tutti i misteri, gli indovinelli e gli enigmi. Ci mostrerà che, lungi dall’essere estremamente complicato, quello che è successo non è assolutamente un indovinello, un mistero, o un enigma, bensì qualcosa di davvero molto semplice.

Chi era Prigozhin?

Evgenij Viktorovich Prigozhin era un membro dell’oligarchia russa. Conosciuto in tutto il mondo per essere il capo del gruppo di mercenari Wagner, è asceso, partendo da una condizione umile (si dice che una volta vendesse hot dog a Pietroburgo), a una posizione elevata all’interno della cricca dominante del Cremlino, diventando uno stretto confidente di Vladimir Putin.

Soprannominato con disprezzo “il cuoco di Putin” dai suoi nemici, possedeva ristoranti e aziende di catering che offrivano servizi allo stesso Cremlino. Ma, come disse una volta Lenin riferendosi a Stalin, si trattava di un cuoco che preparava piatti pepati.

Prigozhin rappresentava l’archetipo dell’arrampicatore sociale: un ambizioso furfante che aveva sviluppato una abilità particolare nello scalare il crinale scivoloso che conduce alle vette del potere statale, nel caotico periodo che seguì il crollo dell’Unione Sovietica.

Le sue abilità di arrampicatore sociale venivano superate solo dall’uomo che più tardi ne divenne padrone, amico e confidente: Vladimir Vladimirovich Putin. E sebbene i due seguissero due percorsi molto differenti per arrivare al potere – il primo da criminale comune, l’emarginato per eccellenza; il secondo come ufficiale di basso rango del KGB – entrambi appartenevano allo stesso tipo morale e psicologico: quello degli opportunisti senza principi e dei carrieristi dall’ego smisurato e con ambizioni da soddisfare.

Un regime bonapartista

A partire dal crollo dell’Unione Sovietica, la Russia ha attraversato una controrivoluzione in ogni senso di questa parola. Non si tratta solo della distruzione dell’economia nazionalizzata e pianificata. C’è stato un arretramento colossale della cultura da ogni punto di vista.

L’oligarchia borghese che oggi governa la Russia si è arricchita saccheggiando la ricchezza dello Stato sovietico. Ma gli oligarchi sono costantemente in lotta per conquistare una porzione più grossa di tale ricchezza. Essi hanno bisogno di un “Uomo Forte” per mantenere l’ordine e proteggere i loro interessi. Il nome di questo “Uomo Forte” è Vladimir Putin.

Quel pagliaccio avvinazzato di Boris Eltsin venne persuaso a farsi da parte in favore di Vladimir Putin.

Il regime di Putin è un regime di bonapartismo borghese. Deve riuscire a bilanciarsi tra differenti classi e fazioni, ma in ultima analisi si basa sulla violenza organizzata dello stato e degli organi di repressione statale. Tuttavia, questa base è troppo ristretta per garantire la stabilità del regime. Putin ha bisogno di creare ulteriori punti di appoggio.

Egli stesso ha accumulato una grande fortuna attraverso ogni tipo di loschi affari, truffe, furti e corruttele. Ciò significa che non può permettersi di perdere il potere per paura di finire in prigione. Deve aggrapparsi al potere con ogni mezzo a sua disposizione.

Un ruolo chiave in questa strategia lo giocava Prigozhin.

C’è un proverbio inglese che è l’equivalente dell’italiano: “Dio li fa e poi li accoppia” (“birds of a feather flock together”). Era solo una questione di tempo prima che questi due banditi si riconoscessero l’un l’altro e comprendessero istintivamente di possedere una grande utilità reciproca nel proprio cammino verso il potere.

L’unico problema in questa interessante equazione era: chi sta usando chi?

Non si può dire che Putin o il suo compagno di scorrerie possedessero un qualche segno riconoscibile di vigore intellettuale. Simili individui ostentano un disprezzo radicale nei confronti degli intellettuali: un’avversione profonda verso qualsiasi vasta generalizzazione teorica.

No! Essi si considerano uomini di azione. Seguono il celebre motto di Goethe (sebbene probabilmente non abbiano mai sentito parlare di lui): “In principio c’era l’Azione”. E quali azioni risultano più efficaci delle azioni violente?

Questo voleva fare intendere Alessandro Magno quando tagliò il nodo gordiano con la sua spada. Questo perché è la violenza, in ultima analisi, che sta a fondamento di ogni potere, che si tratti del potere organizzato dello stato o delle piccole soverchierie delle bande criminali nei vicoli delle strade.

Questa lezione era stata appresa profondamente da entrambi questi uomini, sebbene da posizioni molto differenti dello spettro sociale. Instaurarono una specie di simbiosi a beneficio di entrambi.

Putin permise a Prigozhin di partecipare liberamente al saccheggio dello stato. In cambio, acquistava i servizi di un tirapiedi leale sul quale fare affidamento per portare a termine qualsiasi lavoro – non importa quanto spiacevole o sporco – che gli venisse ordinato dal Capo al Cremlino.

Un momento cruciale nella scalata del suo protetto è stata la fondazione del gruppo Wagner – una compagnia privata di mercenari che aveva virtualmente mano libera di operare sia dentro che fuori dalla Russia – nello specifico in Africa, dove era coinvolta nel settore minerario, molto redditizio, e in altri affari, oltre a offrire aiuto militare ai regimi considerati amici della Russia.

Questa era un’avventura molto lucrosa, che rese Prigozhin favolosamente ricco. Inoltre, gonfiò il suo ego fino al punto di considerarsi come un potenziale rivale del suo padrone.

Questo non rappresentava uno sviluppo avveduto dal punto di vista della sua incolumità e del suo benessere personale. Ma nella vita in generale, e nella politica in particolare, simili sviluppi hanno una logica propria.

Inebriato dal successo, Prigozhin sembrava aver perso di vista il fatto di essere interamente dipendente dallo stato russo – cioè, in ultima analisi, da Vladimir Putin.

Infatti, secondo una inchiesta del 2022 del The Insider e del Der Spiegel, le attività di Prigozhin “erano strettamente integrate nel Ministero della Difesa russo e nel suo braccio di intelligence, la GRU”.

L’ammutinamento di giugno

La guerra in Ucraina servì a gonfiare ancora maggiormente l’ego di Prigozhin. Le prime brutte figure commesse dall’Alto Comando Russo, in contrasto con i successi dei battaglioni della Wagner a Bakhmut, ebbero un duplice effetto.

Per prima cosa, accrebbero il prestigio di Prigozhin e della Wagner, causando l’ira del Comando dell’Esercito, che reagì tagliando i rifornimenti alla Wagner e sabotando così le sue operazioni in Ucraina. I generali cominciarono a fare pressione su Putin per dissolvere la Wagner del tutto e integrarla nell’esercito regolare.

Questo venne contrastato accanitamente da Prigozhin, che accusò rabbiosamente i generali Sergei Shoigu e Gerasimov di incompetenza. Il conflitto alla fine sfociò nell’ammutinamento fallito condotto da Prigozhin a giugno, e nella cosiddetta marcia su Mosca, che terminò in un disastro.

Cosa voleva Prigozhin?

Gli eventi che portarono al fallimento della rivolta rimangono poco chiari. Prigozhin si immaginava veramente di poter rovesciare Putin e assumere il potere? Questo sembra molto difficile, sebbene la condotta di Prigozhin sembrava calcolata per provocare una rottura aperta con il suo Capo.

Sebbene non indirizzasse nessuna critica diretta a Putin, limitando i suoi attacchi a Shoigu e Gerasimov, Prigozhin potrebbe essere stato consapevole che, così facendo, stava lanciando una sfida diretta al Presidente in persona.

Dalla sua conoscenza personale di Vladimir Putin, doveva essere ben cosciente che costui è un uomo che non può tollerare neanche il minimo dissenso. La critica più sfumata scatena la più dura punizione. Partecipare a una manifestazione pacifica può portare a una lunga condanna in prigione.

Eppure ecco un uomo che ha condotto una rivolta armata contro il governo – una rivolta che ha portato alla morte di numerosi militari.

Prigozhin, si disse, venne invitato a recarsi in Bielorussia come ospite d’onore del Presidente Lukashenko, portando con sé tutti quei “wagneriani” che gli erano rimasti fedeli, mentre il resto poteva scegliere se unirsi all’esercito russo o tornarsene a casa.

Non gli è stata fatta neanche una tirata di orecchie!

Commentando il compromesso raggiunto (porre fine alla rivolta, in cambio dell’immunità) un giornale russo aveva commentato: “Questo tipo di compromessi viene siglato di solito con oppositori politici. Mai con criminali e terroristi. Ciò significa che adesso dovremmo considerare il signor Prigozhin come un personaggio politico?”

La gente a Mosca e altrove si stava chiedendo che diamine stesse succedendo. Adesso non ha più nulla da chiedere.

“La vendetta è un piatto che va servito freddo”

Il presidente Joe Biden ha detto di “non essersi sorpreso” alla notizia che Prigozhin sarebbe morto in un incidente aereo in Russia.

“Non so cosa sia accaduto davvero, ma non sono sorpreso”, ha detto Biden, aggiungendo: “Non sono molte le cose che accadono in Russia senza che ci sia dietro Putin. Ma non so abbastanza da conoscere la risposta”.

Dietro la fraseologia diplomatica, il messaggio emerge forte e chiaro:

PUTIN HA UCCISO PRIGOZHIN!

È questa la spiegazione più probabile? È di gran lunga la più probabile – di fatto, è l’unica spiegazione credibile. Putin aveva tutte le ragioni per volersi sbarazzare di Prigozhin, e assolutamente nessuna per volere che rimanesse vivo su questa terra.

Non è per nulla strano che abbia potuto ordinare la sua morte. Anzi, sarebbe molto strano se non lo avesse fatto. Come abbiamo avuto occasione di osservare, Vladimir Vladimirovich è un uomo molto suscettibile. Non perdona e non dimentica.

Il benché minimo oltraggio verrà presto o tardi vendicato. E quello che Prigozhin ha detto e fatto non era poca cosa. A giugno, ha inflitto un oltraggio umiliante a Putin. E ha pagato il prezzo inevitabile della sua impudenza.

La vendetta, come si dice, è un piatto che va servito freddo. Era pratica comune ai tempi dell’Impero Romano che l’Imperatore invitasse qualcuno di cui volesse sbarazzarsi a cena nel suo palazzo, dove il malcapitato sarebbe stato immobilizzato, legato e giustiziato in modi svariati e pittoreschi per intrattenere gli ospiti.

Sarebbe molto tipico di Putin l’aver persuaso il suo vecchio amico a rinunciare al suo ammutinamento in cambio delle condizioni più generose dettate dalla vecchia amicizia e dall’intesa reciproca.

Sembra che, nonostante il caldeggiato esilio in Bielorussia, Prigozhin sia stato visto in diverse occasioni attivo all’interno della Federazione Russa e che abbia persino presenziato al recente incontro con i capi di stato africani al Cremlino. Non serve dire che nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza l’esplicito benestare di Vladimir Putin.

Lo sfortunato Prigozhin è stato così cullato in un falso senso di sicurezza, immaginando ingenuamente che il suo vecchio amico avrebbe perdonato e dimenticato i suoi peccati. Se fosse così, ebbene, avrebbe commesso un grave errore di valutazione che alla fine l’ha condotto alla morte in un misterioso incidente aereo, in viaggio da Mosca a Pietroburgo.

Non sarebbe la prima volta che Putin si sbarazza dei suoi nemici mediante l’eliminazione fisica. La lista è, in effetti, abbastanza lunga e variegata. Mettere in scena un incidente aereo è un modo abbastanza semplice per raggiungere questo scopo, ed è del tutto probabile che le cose siano andate esattamente così. Almeno su questo, non abbiamo ragioni di non essere d’accordo con Joe Biden.

Ma la logica interna e il significato di questi eventi è tutta un’altra storia. Non ci sorprende che un regime bonapartista ricorra a metodi simili. Un regime bonapartista è instabile per sua natura. Il bonapartismo russo non fa eccezione.

Dietro le apparenze di solidità, il regime di Putin è intrinsecamente instabile. Ci sono numerose contraddizioni, spaccature e conflitti tra i diversi settori dell’oligarchia e questi conflitti cresceranno inevitabilmente nel prossimo periodo.

La spaccatura tra Putin e Prigozhin è semplicemente l’esempio più ovvio di ciò. Il problema immediato è stato risolto con il banale espediente dell’omicidio di Stato. Ma neanche la maggiore repressione e violenza può bastare a eliminare le debolezze fondamentali del regime attuale.

Le inevitabili vanterie dell’Occidente sono, tuttavia, del tutto inopportune. Avevano predetto che la rivolta di giugno avrebbe portato alla guerra civile in Russia. Si sbagliavano. Putin ha risolto l’incidente senza troppe difficoltà – sebbene abbia rappresentato uno shock per lui e la sua cricca.

Né questo affare ha avuto alcun reale effetto sulla guerra in Ucraina, che, nonostante tutte le speranze dell’Occidente, sta andando molto male per l’Ucraina. Lo stato d’animo di logoramento per la guerra nella popolazione sta crescendo di ora in ora. La tanto sbandierata “controffensiva” ha subito una sconfitta umiliante.

Le spaccature nel regime ucraino si riveleranno ancora più violente di quelle che osserviamo ora in Russia. La pressione su Zelensky per un negoziato sulla base della cessione di territori in cambio della pace sta diventando intensa. Il risultato potrebbe essere il crollo del governo di Kiev, un colpo di stato o persino l’assassinio di Zelensky.

E che dire delle tensioni e delle contraddizioni che esistono nei cosiddetti regimi democratici dell’Occidente? È vero che Joe Biden non gode della possibilità di eliminare la sua nemesi, Donald Trump. Un fortuito incidente aereo non appare come soluzione immediata ai suoi problemi – almeno nel futuro prossimo.

Tuttavia, la premura indecorosa dell’establishment statunitense nel tentativo di evitare il pericolo di una vittoria di Trump alle prossime elezioni presidenziali, con il banale espediente di metterlo dietro le sbarre, non è per nulla differente dalle maniere con le quali l’uomo del Cremlino cerca di risolvere i suoi problemi politici.

Non è per niente scontato che ci sarà una guerra civile in Russia prima che un guerra civile scoppi negli Stati Uniti d’America. Le contraddizioni economiche, sociali e politiche in America sono sotto ogni aspetto altrettanto serie di quelle in Russia, se non di più.

Permettetemi di ricordare che non è passato molto tempo da quanto una folla di più di 2000 rivoltosi ha assaltato il Congresso degli Stati Uniti, e molti di essi hanno danneggiato e saccheggiato parti dell’edificio del Campidoglio, inclusi gli uffici del Presidente della Camera Nancy Pelosi e di altri membri del Congresso.

I rivoltosi hanno anche aggredito agenti di polizia del Campidoglio e giornalisti e si sono messi alla caccia dei parlamentari per sequestrarli e ferirli. Questi eventi sono una testimonianza eloquente delle profonde fratture che dividono la società americana.

In effetti, l’intero mondo occidentale è messo sotto scacco da una crisi profonda del sistema capitalista, che può farlo sprofondare in crisi rivoluzionarie ben più velocemente di quanto la maggior parte delle persone possa immaginare.