Cina: la crisi economica fa presagire un’epoca di instabilità e di lotta

La notizia della richiesta da parte di Evergrande di essere posta sotto procedura fallimentare negli Stati Uniti ha suonato le campane a morto per il settore immobiliare in Cina. Numerosi fallimenti aziendali, una recessione nel mercato immobiliare, una crescita della disoccupazione e un rapido declino dei consumi hanno smentito le dichiarazioni false del regime del Partito Comunista Cinese (PCC) a proposito di una “ripresa economica robusta ” in Cina.

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Non importa quanto il potere sia centralizzato, i burocrati del PCC non riusciranno a risolvere la crisi del capitalismo, una realtà di cui sempre più lavoratori e giovani stanno prendendo coscienza.

[Il seguente articolo è una versione ridotta e aggiornata di un articolo pubblicato originariamente in cinese il 28 agosto.]

Il settore immobiliare è “alla frutta”

Il gruppo Evergrande, essendo il punto di riferimento del settore immobiliare in Cina, era una volta un “impero multimiliardario” e nel 2017 il suo presidente Hui Kayin era stato incoronato come uomo più ricco della Cina. Ma, dal momento in cui entrò in crisi nel 2021, alla richiesta di protezione dai creditori negli USA il 17 agosto di quest’anno, l’agonia mortale di Evergrande è stato il riflesso dello stato di deterioramento del mercato immobiliare cinese.

La sera del 17 luglio, Evergrande ha pubblicato un rapporto sull’andamento dell’azienda, che mostrava che le perdite nette nel biennio 2021-2022 ammontavano a 812,03 miliardi di yuan (ovvero 112,5 miliardi di dollari). Alla fine del 2022, il totale dei debiti di Evergrande si aggirava attorno ai 2,4 trilioni di yuan (ovvero 330 miliardi di dollari), mentre le sue azioni erano valutate appena 1,8 trilioni di yuan. Così si è trovato in uno stato di insolvenza, con debiti grosso modo equivalenti a quasi il 2% del Pil della Cina.

Ma Evergrande non è l’unico caso. Il 12 agosto un altro gigante immobiliare, Country Garden, ha annunciato la sospensione dei pagamenti sui suoi 11 corporate bond (obbligazione societaria, titolo obbligazionario rappresentativo di un prestito emesso da una società per azioni, ndt) sul mercato cinese. Ha anche saltato il pagamento delle cedole di due obbligazioni in dollari che avrebbe dovuto pagare il 7 agosto. Country Garden era stata definita la “impresa immobiliare numero uno in Cina” e una volta veniva considerata una “azienda modello” sia dal governo che dalle imprese. Eppure, la sua esistenza è adesso appesa a un filo.

Una grande quantità di imprese immobiliari cinesi si trovano sul filo del rasoio a causa di una recessione che abbraccia tutto il settore. Lo scoppio della bolla immobiliare era un effetto del tutto prevedibile della logica del capitalismo, e la pandemia del Covid-19 ha solo accelerato e aggravato questo processo.

Gli investimenti nel settore immobiliare, che sono aumentati per decenni, sostenendo una crescita dell’8-10% anche nel mezzo della pandemia, nel 2022 sono crollati di oltre il 10% su base annua. E a metà del 2023, gli investimenti sono già inferiori dell’8,5% rispetto all’anno scorso. Più del 60% delle aziende del settore che hanno pubblicato rapporti sugli utili nella prima parte del 2023 prospettano una perdita netta quest’anno.

Mentre il governo centrale rimane per lo più passivo di fronte a questa crisi, non spingendosi oltre a organizzare “consultazioni”, a “suggerimenti” e “appelli” a altre imprese private a soccorrere le imprese in difficoltà, i governi regionali e locali hanno agito con determinazione. Il 3 agosto, il governo della città di Zhengzhou, nello Henan, a introdotto i “15 articoli” nel tentativo di salvare le imprese immobiliari con tagli alle tasse, cancellazione delle restrizioni nelle vendite e l’adozione di politiche del tipo “riconoscere le case ma non i mutui”.

Un numero sempre maggiore di città hanno cominciato a imitare l’esperienza di Zhengzhou, come la città di Ya’an, nella provincia di Sichuan, che è arrivata a violare i regolamenti nazionali sui prezzi di vendita delle case, permettendo che le proprietà venissero acquistate al di fuori della soglia minima di prezzo autorizzata ufficialmente. Ma questo non ha aiutato molto a cambiare la situazione.

In quanto locomotiva dello sviluppo economico cinese, il settore immobiliare è il settore con il volume di affari maggiore e che fornisce il contributo diretto più consistente alla crescita del Pil se confrontato a tutti gli altri settori, ed è connesso a un numero maggiore di settori di indotto dipendenti da esso (ad es. edilizia, finanza, marketing, etc.), sempre rispetto agli altri. Vanno fatti risalire al settore immobiliare il 76,4% dei titoli di credito di banche quotate in borsa con mutui che superano i 10 migliaia di miliardi di yuan.

Il settore immobiliare è il canale nel quale si mescolano gli interessi della burocrazia del regime e quelli della classe capitalista. I dati del Ministero delle Finanze hanno mostrato che la somma dei premi per il trasferimento di terreno pubblico (cioè le entrate raccolte dai governi locali dalle vendite di terreni) è salita a 6,5 migliaia di miliardi di yuan nel 2018 e queste vendite adesso corrispondono al 66,5% delle entrate dei governi locali. Il settore immobiliare è un barometro sensibile dell’economia cinese e un declino inarrestabile nell’immobiliare rappresenta una discesa inarrestabile verso la crisi per l’intera economia cinese.

Zhongzhi, lo shadow banking e l’inevitabile diffusione della crisi

Alla fine di luglio quest’anno, si vociferava che la più grande azienda privata di investimenti cinese, il gruppo Zhongzhi (che gestisce attività per un valori di circa un migliaio di miliardi di yuan ed ha alle sue dipendenze più di 10mila persone) aveva problemi di liquidità e che aveva assunto l’agenzia di consulenza contabile di fama internazionale KPMG per visionare il suo bilancio. La notizia aveva immediatamente attirato una grande attenzione.

Appena una settimana dopo, la Zhongrong Trust, un’azienda controllata da Zhongzhi, ha cominciato a disertare i pagamenti. Numerose aziende che avevano comprato prodotti finanziari emessi dalla Zhongrong Trust hanno annunciato, una dopo l’altra, di aver “calpestato una mina” e di non aver ricevuto il pagamento della rendita sul capitale investito. Un piccolo gruppo di manifestanti si è persino diretto alla Zhongrong per chiedere di essere ripagati dei propri investimenti.

La portata della crisi di Zhongzhi è abbastanza ampia: Zhongzhi è conosciuto per essere la più grande “shadow bank” della Cina. Si tratta di una caratteristica particolarmente significativa del sistema economico cinese. Queste “shadow bank” sono apparse con l’ingrandirsi di certe imprese industriali e poi hanno cominciato a raccogliere una porzione sempre maggiore dei propri profitti attraverso prestiti e magheggi fiscali: in effetti, hanno cominciato a giocare il ruolo del capitale finanziario. A un certo punto, molte di queste “shadow bank” hanno cominciato a fare più soldi con le transazioni finanziarie che con la propria attività industriale originaria.

Abbiamo spiegato le cause e le conseguenze di questo fenomeno sul sito marxist.com due anni fa, quando hanno iniziato a venire fuori le notizie dei guai di Evergrande:

“Come spiegava Marx, il credito permette al capitale di espandersi al di là dei propri limiti naturali e di superare temporaneamente la sua crisi – ma al prezzo di una crisi ancora più grande quando i debiti devono essere ripagati.”

“Quando più debito viene emesso, tanto meno risulta efficace. Al momento servono circa 4 dollari di debito per produrre 1 dollaro in più di crescita nell’economia cinese, mentre prima dello stimolo [finanziario] bastava circa 1,40 dollari. Questo avviene perché il debito extra viene contratto soprattutto per ripagare gli insostenibili debiti preesistenti, piuttosto che essere speso per creare nuova capacità produttiva.”

Se Zhongzhi è in difficoltà ormai dal 2021, la profondità della crisi che sta affrontando oggi suggerisce che un’era di “crisi più grandi” è già davanti a noi. È difficile stimare l’ampiezza e le conseguenze della crisi di Zhongzhi a causa della natura spesso poco chiara dello shadow banking, ma è probabile che sia inaspettatamente ampia e molto al di là dei limiti di ciò che il PCC è in grado di fronteggiare.

Il “mistero” dell’aumento della disoccupazione

Mentre le grandi aziende capitalistiche affrontano queste complicazioni, la classe operaia cinese sta affrontando contemporaneamente un’altra contraddizione sociale. Come spiegava Marx nel Capitale, in una società capitalista, come conseguenza delle esigenze dell’accumulazione del capitale, un grande numero di disoccupati sono costretti in ogni momento a essere utilizzati come esercito di riserva della forza lavoro per l’industria. La disoccupazione è dunque una necessità all’interno della società capitalista.

I funzionari statali dichiarano che il tasso di disoccupazione nella prima metà del 2023 sarà solo del 5,3%. Ma come sono giunti a questa magica cifra del 5%? La sua veridicità è perlomeno dubbia quando sappiamo che un grande numero di neolaureati è disoccupato; che più del 10% dell’attuale forza lavoro ha sperimentato la disoccupazione durante i tre anni della pandemia; e quando sappiamo che il numero assoluto di disoccupati tra i 16 e i 40 anni è cresciuto del 6,2-7,5% rispetto ai livelli pre-pandemici.

Il tasso di disoccupazione per i giovani tra i 16 e i 24 anni era del 21,4% a luglio, il che significa che (ufficialmente) due giovani tra i 16 e i 24 anni su dieci era disoccupato, e il reale tasso di disoccupazione probabilmente supera di molto questa cifra. Di fronte all’impatto di una nuova ondata di neolaureati a luglio, l’Ufficio di Statistica del regime ha semplicemente sospeso la pubblicazione dei dati a agosto, dichiarando di essere incappato in “problemi tecnici”. Che momento propizio per incappare in simili difficoltà!

Il regime del PCC è incapace di risolvere il problema della disoccupazione e, in ultima analisi, incapace di risolverlo è il sistema capitalista che esso difende. Non c’è dubbio che, quando la recessione colpirà duro, la disoccupazione giovanile diventerà ancora più grave.

Il declino economico e il crollo dei consumi

Un portavoce del Ministro degli Esteri ha affermato: “L’economia cinese continua la sua ripresa, si sta in generale risollevando e facendo progressi e rimane un ingranaggio importante della crescita dell’economia mondiale!”. Nonostante i burocrati facciano la voce grossa, i dati raccontano una storia differente.

Gli investimenti, le esportazioni e i consumi sono conosciuti come la “troika” dell’economia cinese. Al momento, gli investimenti e le esportazioni, due su tre, mostrano già segni di affaticamento.

La crescita cumulata degli investimenti in capitale fisso a luglio era al 3,4%, un netto calo dal 5% di marzo. L’indice PMI per l’attività industriale (Purchasing Managers’ Index, che sopra il valore del 50% indica espansione industriale e sotto il 50% una contrazione delle attività) era al 49,3% ed è sotto il 50% da aprile.

Secondo le statistiche pubblicate dall’Amministrazione Generale delle Dogane della Cina, il valore totale delle importazioni e delle esportazioni di merci è diminuito dell’8,3% su base annua a luglio. Il valore complessivo delle importazioni e delle esportazioni cinesi nei primi sette mesi dell’anno è stato di 3,4 migliaia di miliardi di dollari, un crollo del 6,1%.

Gli Stati Uniti e l’Europa continuano a spingere per uno sganciamento dall’economia cinese e il commercio tra Stati Uniti e Cina è diminuito del 15,4% nei primi sette mesi dell’anno corrente. Una contrazione nel commercio estero è un serio colpo a un’economia che è ancora piuttosto dipendente dalle esportazioni.

Che dire del consumo, il terzo ingranaggio dell’economia cinese? A partire dall’abbandono del lockdown per il Covid-19 quest’anno, i consumi familiari hanno visto una ripresa nei primi quattro mesi del 2023. Il tasso di crescita ha raggiunto il 18,4% a aprile e poi ha immediatamente cominciato a diminuire esponenzialmente, con una crescita solo del 2,5% a luglio.

Le statistiche di luglio per le vendite complessive di beni di consumo riflettono direttamente un declino nel consumo delle persone comuni, mentre mostrano segni di crescita soltanto i beni essenziali come cibo, sigarette, alcol e medicine. Allo stesso tempo, il consumo della vasta maggioranza delle altre merci è in declino, e i beni e i servizi a cui si poteva accedere normalmente nel passato si stanno trasformando in un lusso che ci si può permettere solo con un attento controllo del bilancio familiare.

Questo spettacolo dell’orrore, di una recessione e di consumi deboli, ha spaventato il regime, che non ha perso tempo a pubblicare una Circolare sull’Espansione dei Consumi (conosciuta comunemente come “I Venti Articoli”). Questa circolare è piena di raccomandazioni tediose e poco concrete, interrotte da slogan roboanti.

Alcune di queste raccomandazioni appaiono ridicole dal punto di vista dei lavoratori, come quella di incoraggiare i cittadini a prendere in prestito più denaro e di contrarre dei debiti per espandere il consumo. Piuttosto che scegliere di distribuire sussidi e buoni per il consumo ai lavoratori, lo stato ha soltanto pubblicato un pezzo di carta. Il tempo presto ci dirà se questo pezzo di carta stimolerà il consumo.

La prosperità capitalista è finita, crisi e rivoluzione sono il futuro

L’economia cinese sta affrontando un declino senza precedenti. Non si tratta della crisi del 2008, quando la Cina era un’economia emergente con un basso livello di debito statale e privato e la sua industria era in rapida espansione. L’attuale crisi economica è la prima crisi in piena regola che la Cina affronta da quando è entrata nel sistema capitalista mondiale e il Partito Comunista Cinese è incapace di impedirne che si sviluppi.

Le ultime crisi hanno screditato l’argomento principale della teoria del “socialismo con caratteristiche cinesi”: cioè che le contraddizioni del capitalismo possono essere gestite efficacemente attraverso il forte intervento del potere statale (ciò che chiamano “la guida ’illuminata del Partito”).

L’intervento del PCC non solo non è riuscito a risolvere la crisi di Evergrande, ma si dimostrerà anche incapace di prevenire nuovi crolli. Country Garden e Zhongzhi non saranno gli ultimi casi di questo tipo e crisi aziendali di portata più vasta seguiranno.

In gran parte di queste crisi, le autorità del PCC hanno evitato salvataggi diretti o nazionalizzazioni, e hanno utilizzato al contrario metodi più discreti, spingendo le altre aziende private a soccorrere questi giganti in difficoltà.

Questo approccio non risolverà il problema, né potrà superare la necessità di un qualche tipo di salvataggio di queste aziende con il denaro dei contribuenti. Gli appelli al salvataggio diretto da parte del governo si moltiplicano. Tuttavia, una volta che è stato ammesso un precedente, sempre più aziende in crisi faranno appello al sostegno del governo.

La crisi di sovrapproduzione è una malattia incurabile del capitalismo: il caos economico che esso crea divide la società dall’alto in basso e inasprisce gli antagonismi tra le classi. Non importa quanto la borghesia e i burocrati abbiano a cuore la “stabilità” e l’“ordine”, il PCC è incapace di risolvere la crisi del capitalismo. Se giochi con il fuoco, finirai per bruciarti.

Sono pronti, in ogni caso, a brandire il pugno di ferro della repressione statale nel tentativo di spegnere la rabbia crescente della classe operaia. Incidenti passati come quello delle lotte alla Jasic, la protesta dei correntisti della banca di Henan, e gli scioperi alla Foxconn ci hanno insegnato una lezione brutale: la “stabilità” sotto i manganelli e i proiettili del “partito” significa soltanto sofferenza per milioni di proletari.

Una delle principali ragioni per cui il “Partito Comunista” Cinese è riuscito a cavarsela con lo smantellamento delle conquiste della Rivoluzione Cinese del 1949 e con la restaurazione del capitalismo è stata la grande bugia che ha raccontato alla classe operaia. Nello specifico, che tutti nella Cina capitalista si sarebbero arricchiti senza sosta sotto la direzione del Partito.

Per un periodo, dopo la transizione della Cina al capitalismo, caratterizzata dal suo ingresso nel WTO, il PCC sembrava onorare la sua promessa. Vent’anni dopo, l’arrivo di questa crisi sta mostrando alla classe operaia che l’“età dell’oro” della “crescita costante” è finita. Quello che ne seguirà sarà un’enorme intensificazione della lotta di classe.

Nella società esistono le risorse per permettere a tutte le persone di vivere dignitosamente. La base materiale è ormai ampia, e la scienza e la tecnologia sono ormai sufficientemente avanzate. Solo la classe operaia può rovesciare con una rivoluzione il PCC, e il sistema capitalista che lo sostiene, per istituire un’economia pianificata democraticamente che sostituisca l’economia di mercato caotica e anarchica del capitalismo.

Solo allora sarà possibile liberare la Cina e il mondo intero dall’abisso della barbarie capitalista e sprigionare il potenziale delle forze produttive per creare una società comunista, libera dallo sfruttamento e dall’oppressione.